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PERDUTO PADRE/LOST FATHER

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Venerdì 20 novembre ore 19 presso il Museo d'Arte Moderna "Ugo Carà", inaugurazione della mostra Perduto Padre/Lost Father, collettiva a cura di Maria Campitelli-Gruppo78, all'interno del progetto PRACC-Progetto Arte Contemporanea Carà   



Il progetto nasce da una sofferenza di Fabiola Faidiga, quella provocata dalla perdita del padre. E dalla necessità di elaborarla nella condivisione con altri soggetti/artisti sì da costruire una trama di evocazioni, ricordi, affermazioni, analisi che producessero comunque una riflessione su una mancanza, un venire meno di ciò che era e non sarà più, facendosi opera. Divenendo cioè una concreta testimonianza di un’esperienza ineludibile, quella della morte, che si traduce però in affermazione costruttiva, in una serie di proposizioni, accampate nella complessa sfera dell’arte, che ribadiscono la vita, la continuità storica nello svolgersi delle generazioni.
I dieci artisti che rispondono all’invito e alla sollecitazione di Faidiga forniscono indicazioni diverse. La rievocazione di ciò che i rispettivi padri hanno fatto, e di cio in cui più si sono riconosciuti, o che i figli hanno riconosciuto di essi, è seguita ad esempio da Paul Malone che ricorda il padre in quanto addetto della RAF nel periodo 1943/46, utilizzando il suo diario di bordo, documentando i passaggi da aeroporto in aeroporto e divenendo di conseguenza documento storico. Di particolare intensità emotiva è la “coperta da culla” lavorata a maglia di Liz Harrison che riproduce il testo di una lettera del padre del 1940 in cui si descrive l’orrore di un bombardamento. Ancora storia, la seconda guerra mondiale che ha condizionato e determinato gli sviluppi successivi, assorbiti e trasformati, spesso per contrasto, dai figli. Perché certamente, nella cosiddetta “evaporazione” del padre, caratteristica del nostro tempo, ciò che resta di lui è ciò che lui ha fatto e che ineludibilmente s’incarna in noi.
Anche Chris Marshall ricorda il padre per quello che più gli era caro e congeniale, l’allevamento e la conservazione di uccelli in gabbia, che comportava qualche dissesto nei giardini di famiglia, e lo fa con un’installazione dove il terreno della gabbia diventa “microcosmo” di paesaggi devastati, metafora cioè di più ampi dissesti a livello planetario. E anche il padre di Nicola Rae viene evocato per la sua passione dell’immagine fotografica o filmata che lo portava a documentare tutto ciò che per lui contava.
Nel gruppo di artisti locali troviamo l’identità padre/figlio, cioè il riconoscersi nell’identità paterna al punto da sostituirsi e confondersi con l’immagine del padre come fa, con evidente trasporto affettivo, ma con la consapevolezza di un’eredità irriducibile, Fabiola Faidiga. E lo fa anche Guillermo Giampietro, in forma fantasmatica, come se lo sguardo spettrale del padre inseguisse il figlio nel suo lavoro evocativo svelandosi al suo posto. Cristina Lombardo racconta il padre con una storia per immagini che, attraverso oggetti ed azioni, rivive il momento della dipartita, permettendole, nell’iterazione dello sguardo su questo accadimento, di consumare l’evento fino a superarlo. Il ricordo di un padre con cui Carlo Alberto Andreasi ha dipanato un ridotto rapporto comunicativo, fluito per altro dopo la morte, si esplica attraverso lucide visioni rastremate e frammentate.
Femi e Maria Cristina Vilardo condensano in pochi segni esplosivi su tessuti e in una poesia,il mistero della morte
Ed io, riconoscendomi in lui per quello che faccio, ribadisco con Massimo Recalcati (v. Cosa resta del padre? Raffaello Cortina Editore) che il lutto del padre significa accettare la sua eredità. La mia “devozione” per l’arte, discende da lui, direi quasi carnalmente, non tanto per educazione o formazione. E’ una cosa che ho dentro di me e che lui mi ha dato.
Maria Campitelli 
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